The XS-Men (gli uomini piccoli)

“Andreotti, Fanfani, Rumor, e almeno una dozzina di altri potenti democristiani, dovrebbero essere trascinati sul banco degli imputati. E quivi accusati di una quantità sterminata di reati: indegnità, disprezzo per i cittadini, manipolazione del denaro pubblico, intrallazzo con i petrolieri, con gli industriali, con i banchieri, collaborazione con la Cia, uso illegale di enti come il Sid, responsabilità nelle stragi di Milano, Brescia e Bologna (almeno in quanto colpevole incapacità di colpirne gli esecutori), distruzione paesaggistica e urbanistica dell’Italia, responsabilità della degradazione antropologica degli italiani, responsabilità dell’esplosione “selvaggia” della cultura di massa e dei mass-media, corresponsabilità della stupidità delittuosa della televisione.
Senza un simile processo penale, è inutile sperare che ci sia qualcosa da fare per il nostro paese. È chiaro infatti che la rispettabilità di alcuni democristiani (Moro, Zaccagnini) o la moralità dei comunisti non servono a nulla.”

Così scriveva Pier Paolo Pasolini nel 1975, poco prima di morire, in una lettera inviata al direttore de Il Mondo.

Rumor era stato Presidente del Consiglio 5 anni prima, nel 1970, a capo del governo che avrebbe approvato lo statuto dei lavoratori (contenente il famoso articolo 18) con l’astensione del PCI e il parere contrario della CGIL.

La genesi dello statuto dei lavoratori è storia interessante: il governo è il Rumor II durato in carica appena 234 giorni, e seguiva a specchio il Rumor I che ne era durati 236.
La maggioranza era formata da DC, PSU (unione dei socialisti del PSI e dei socialisti democratici del PSDI), PLI e Repubblicani.
Il ministro del Lavoro era il socialista Giovanni Brodolini, forte sostenitore della necessità di riformare il mondo del lavoro in Italia, in particolare il lavoro in fabbrica, dove per i lavoratori non valevano gli stessi diritti a cui oggi siamo abituati, diritti che si sono poi col tempo paradossalmente trasformati in privilegi.
Il lavoratore in fabbrica non godeva neanche degli stessi diritti di cui, in quanto cittadino, godeva fuori dalla fabbrica.
Tra questi, mancavano le libertà politiche; i licenziamenti per ritorsione da parte dei padroni (senza virgolette) di quei lavoratori che più erano attivi politicamente per fiaccare la lotta operaia erano all’ordine del giorno. Ed erano legali.
Non a caso uno dei punti più importanti dello statuto dei lavoratori  furono proprio gli articoli 14 e 15, che sanciscono

Art. 14. Diritto di associazione e di attività sindacale.

1. Il diritto di costituire associazioni sindacali, di aderirvi e di svolgere attività sindacale, è garantito a tutti i lavoratori all’interno dei luoghi di lavoro.

Art. 15. Atti discriminatori.

1. È nullo qualsiasi patto od atto diretto a:

a) subordinare l’occupazione di un lavoratore alla condizione che aderisca o non aderisca ad una associazione sindacale ovvero cessi di farne parte;

b) licenziare un lavoratore, discriminarlo nella assegnazione di qualifiche o mansioni, nei trasferimenti, nei provvedimenti disciplinari, o recargli altrimenti pregiudizio a causa della sua affiliazione o attività sindacale ovvero della sua partecipazione ad uno sciopero.

La commissione che si occupò di scrivere lo statuto era presieduta da Gino Giugni, un docente universitario piuttosto giovane per i canoni moderni, fresco quarantenne.
Il grande impegno profuso da Brodolini non fu purtroppo premiato dalla fortuna, morì infatti pochi mesi prima l’approvazione della legge e non vide mai i poderosi effetti che scaturì nel mercato del lavoro italiano.

A succedergli fu un democristiano doc, Donat Cattin, Piemontese, Torinese, la città della FIAT, la più grande fabbrica italiana.
Nel discorso alla Camera, un duro atto d’accusa nei confronti del padronato italiano, si spinse a dire

ci siamo trovati di fronte a tipi di reazione padronale pesantissimi […]
con punte avanzate nell’ambito della maggiore azienda nazionale, la FIAT […]
Queste punte si espressero in migliaia di licenziamenti […] 
licenziamenti politici, punitivi, insomma vi fu ogni sorta d’attacco contro il libero manifestarsi della vita sindacale

Sembra il discorso che sentireste oggi da un esponente delle opposizioni, ma non fatevi ingannare dal tono vuotamente retorico dei politici dei nostri tempi, quello era il discorso di un ministro sì democristiano ma un democristiano  di 46 anni fa, che sapeva esattamente di cosa parlava, che conosceva perfettamente la situazione operaia e dei lavoratori del proprio paese, per averla vissuta da sindacalista e fondatore della CISL e che sapeva essere solidale con i “compagni” del PCI, come quando sempre nel suo discorso cita Egidio Sulotto, partigiano, sindacalista anch’egli e membro del PCI, che proprio dalla FIAT era stato licenziato per il suo supporto alla “lotta dei tre mesi”.

“so che di fronte all’approvazione di questa legge anche alcuni nostri colleghi, come l’onorevole Sulotto, oggi si sentono commossi ricordando questo loro passato, che è poi il passato di tanti militanti della CGIL, della CISL.”

Nonostante questo riconoscimento, il PCI si astenne.
Ritirò gli emendamenti, non ostacolò l’approvazione della norma, ma non vi appose “la propria firma”.
Le motivazioni a supporto furono  semplici: la legge non era abbastanza.
Rimanevano esclusi i luoghi di lavoro con meno di 15 dipendenti, il testo lasciava ancora troppa discrezione al padronato, tuttavia Pajetta nella sua dichiarazione di voto riconosceva che si trattava comunque di un passo avanti importante che portava diritti prima inesistenti nella maggioranza delle aziende italiane.
La CGIL invece era su posizioni simili a quelle espresse su  “Lotte Operaie” del 26 Giugno di quell’anno

In fabbrica c’è un solo potere: quello del padrone. Nei luoghi di lavoro non ci sono poteri da conquistare; c’è solo da distruggere il potere del padrone e sostituirlo con quello degli operai associati.

I sindacati mistificano la realtà per inventare poteri che non ci sono e vie pacifiche che l’antagonismo sociale spazza via. In fabbrica non si può comandare in due: o comanda il capitalista o comanda l’operaio. All’infuori di queste due forme di dominio non ne esistono altre. La “cogestione” operai-padroni verso cui sono lanciati i sindacati è semplicemente una maschera del dominio padronale. I sindacalisti di professione sanno solo scoprire paradisi inesistenti per abbellire l’inferno dello sfruttamento capitalistico.

Non so dire se il comunista Pasolini avrebbe mai immaginato che molti anni dopo l’anonimo articolo 18, che è quello che prevede il reintegro dei lavoratori licenziati senza giusta causa e che mai grandi entusiasmi aveva suscitato fra i promotori dello statuto, sarebbe diventato il totem della sinistra post comunista e proprio della CGIL.

Posso dire però perché stiamo parlando di questa storia, oggi.

Il governo guidato dal colpevole di “una quantità sterminata di reati”, i cui colleghi di partito “dovrebbero essere trascinati sul banco degli imputati”, per dirla con Pasolini, aveva approvato una norma rivelatasi poi fondamentale per il progresso dei diritti dei lavoratori. italiani
Il merito fu di Brodolini e dei socialisti, senza l’appoggio del PCI, il più grande partito dei lavoratori italiano del dopo guerra, e la CGIL, il più grande sindacato della storia d’Italia, che la approvarono “con chi ci stava” per usare una espressione in voga oggi.
Una norma il cui successo si dimostrò tale che sia il PCI che la CGIL dovettero ammettere di aver sbagliato il giudizio e fecero di uno degli articoli, i 18 appunto, un baluardo da difendere ad ogni costo.

Potrebbe essere possibile che oggi, di fronte al dover scegliere tra il SI e il NO alla riforma costituzionale proposta e votata da “chi ci stava”, che sicuramente non è rappresentante della migliore politica possibile,  sicuramente sono stati tirati dentro personaggi impresentabili se non addirittura criminali, ma anche uomini onesti e studiosi come Gino Giugni,  potrebbe essere insomma che qualcuno stia commettendo, in perfetta buona fede, lo stesso errore di guardare al meglio invece che al bene?
Nella migliore delle ipotesi, quella che io mi auguro, in futuro dovrà semplicemente rivedere il proprio giudizio, nella peggiore, avrà sprecato un’occasione e l’avrà fatta sprecare a tutti.
Pensate a come sarebbe l’Italia se non avessimo mai approvato la legge 300/70 perché tra i banchi della maggioranza c’erano “Andreotti, Fanfani, Rumor”.

Well done Belgium

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Oggi Repubblica pubblica un articolo interessante sulla jihad in Belgio.
sicuramente i giornalisti italiani fanno schifo eh
Però è altrettanto vero che molti, quasi tutti, in Europa hanno preferito non guardare, in fondo un lavoro per una multinazionale, magari americana, che magari come Apple sfrutta i lavoratori in Asia, o magari una carriera nelle istituzioni, uno stipendio alto, una vita agiata, protetti dalla polizia che si è rapidamente trasformata in un servizio di sicurezza per ricchi (bianchi, neri, gialli o marroni, in fondo sono loro che gli pagano lo stipendio…) che non volevano vedere, sapere, toccare con mano cosa stava davvero succedendo, una polizia inetta e impreparata, forte coi deboli, ma completamente all’oscuro dei veri pericoli, è sembrato meglio che dover vivere la crisi, condividendo le difficoltà degli stranieri più poveri o emarginati.
in fondo in Belgio non c’è la monnezza per strada e i treni arrivano in orario, no? che altro serve?
Ora, grazie a quegli occhi chiusi, riusciranno a chiudere le porte all’immigrazione e altri poveri pagheranno il prezzo della stupidità occidentale.
Well done Belgium.

Analizzare a caldo i dati delle Europee 2013 – divertiamoci coi numeri

Le elezioni Europee si sono appena concluse anche in Italia e mi sono messo subito al lavoro per capire come fossero andate davvero le cose.

C’è un dato che non verrà sollevato da molti di quelli che commenteranno, ovvero il dato che riguarda l’affluenza.
Siamo fermi a un misero 55,41%, ben 20 punti meno delle politiche e suppongo (senza prove, lo ammetto) che sia uno dei peggiori risultati della storia repubblicana, se escludiamo i referendum.

Andiamo subito ad analizzare i numeri per i due maggiori partiti, PD e Movimento 5 Stelle:

partiamo dal dato delle politiche 2013, dove il Movimento 5 Stelle si aggiudicò il primo posto (ma la legge premiava le coalizioni) con il 25,5%  pari a 8.689.458 voti.
In realtà, con l’affluenza al 75,41%, quel 25,5% si trasforma nel 19,12% degli aventi diritto.
Dato che già la dice lunga sulla crisi di rappresentanza nelle democrazie moderne, anche all’interno di quei movimenti che si dichiarano “dal basso” e “a favore di popolo”.
Dando per buono il risultato degli exit poll e a giudicare dalla faccia di Roberta Lombardi che ha appena parlato (circa mezzanotte del 25 maggio 2014) direi che lo sono, il 5 Stelle lascia per strada ben due milioni di voti.
Infatti il 26,5% di cui è accreditato, in virtù di un’affluenza al 55,41%, si trasforma in un ben più misero 14,68% ovvero 6.678.141 voti (voto più, voto meno).

Perde meno il PD, che passa da 8.644.523 8.197.399 voti.
Il calcolo è presto fatto 25,4% alle politiche (19,09% reale) e 33% a queste europee (18,10% reale).
Sono 450 mila voti in meno per Renzi, che però può cantare vittoria.
Grillo invece ne esce sconfitto, anche se dubito che lascerà, come aveva promesso il 3 aprile scorso.

In tutto questo ricordiamo che le elezioni sono Europee e gli eletti andranno al parlamento europeo.
Se Grillo voleva il referendum sul governo, lo ha perso, ma da quel punto di vista Renzi non sfonda, i suoi alleati si sono molto indeboliti.

Nota di colore: Berlusconi galleggia e rimane terza forza, seconda in virtù delle coalizioni.
Immortale.

UPDATE 00:20: I nuovi dati danno il PD addirittura oltre il 40% e il Movimento 5 stelle al di sotto del 25%. L’emorragia sembra molto più grave del previsto e la vittoria di Renzi ancora più netta.
Lo tsunami stavolta ha quasi spazzato via il grillismo, per lo meno ne ha ridotto di molto la spinta propulsiva.

UPDATE 01:00:
PD al 40% significherebbe circa 10 milioni di voti, con un incremento di un milione e mezzo di voti rispetto alle politiche.
Movimento 5 Stelle al 22% significa 5,5 milioni di voti, con una perdita di oltre tre milioni di voti.

Il colore del razzismo

Dopo che il governatore del Veneto Zaia aveva chiesto alla neo ministro Kyenge di andare a visitare la vittima di stupro da parte di un ghanese, mentre Salvini (con l’appoggio del prode Calderoli) l’aveva praticamente chiamata in causa come mandante dell’assassionio a mezzo piccone, avvenuto pochi giorni fa a Niguarda, ci aspettiamo che i tre suddetti vadano a spiegare ai parenti delle vittime dell’ultimo omicidio milanese ad opera di un italiano, che la colpa è del ministro Kyenge, degli immigrati irregolari, dei negri, ma soprattutto che lo ius soli agli italiani, forse, non andava dato.

Faccio una proposta

Non sono mai stato favorevole ai partiti del NO.
È fin troppo facile trovare abbastanza difetti nelle cose fino al punto di arrivare a dire non mi piace.

Sono per il partito delle proposte, per ogni no, proponi qualcosa di alternativo.

Io voglio proporre come candidato del PD alla presidenza della Repubblica l’emerito Professor
Carlo Rubbia.

Ultimo esponente in linea temporale della gloriosa scuola di Fisica Italiana.
Splendido settantanovenne, premio Nobel, persona non solo rispettata a livello internazionale, ma ammirata da frotte di studiosi che, appassionati dalle sue scoperte, hanno deciso di  costruirci una carriera e una vita intorno.

Probabilmente rifiuterà, e come non potrebbe, ma non si potrebbe criticare il PD per aver davvero cercato di portare una persona degna al Quirinale.

E se anche accettasse, probabilmente non vincerebbe, ma sarebbe poi davvero difficile per i 5 stelle dire di no, o viceversa, sarebbe davvero facile poi, scegliere Stefano Rodotà, senza rimpianti, sapendo di aver fatto la migliore proposta possibile.

Just my 2 cents, come dicono gli amici oltreoceano.

Seppuku post mortem

Poi non dite che Grillo ha torto a chiamarvi morti che camminano.

Almeno il seppuku (o harakiri) aveva tradizioni nobili ed era riservato ai samurai, nobili cavalieri dediti al loro codice d’onore.

progressismo_e_harakiri

Come se fa a vota’ Marini?
Ripensateci, fate gioire Grillo, fategli dire che aveva ragione lui, fate credere al mondo intero che la sua forma di comando dall’alto e da fuori sia vera democrazia diretta.

Sticazzi!
Io non sono stupido come un grillino che si taglierebbe il cazzo per fare dispetto alla moglie, io mi cospargo il capo di cenere, se necessario, e faccio ciò che ritengo giusto!

Tra Rodotà e Marini, non avrei dubbi!
Non ne abbiate neanche voi, amici del PD, cassate Marino, votate Rodotà, fate un dispetto a Berlusconi, l’ultimo, forse, ancora possibile.

Il metodo Gabanelli

Se c’è una cosa sbagliata nel movimento 5 stelle, ma bisogna essere onesti e dire in generale in Italia, negli ultimi 20 anni, per colpa di Berlusconi soprattutto, è che ogni volta che devono prendere una decisione, adottano il metodo Gabanelli.

Milena Gabanelli in una puntata di Vieni via con me. (S. D’Alessandro, Getty Images)

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Coerenza 5 stelle

16/04/2013 Vito Crimi: «i giornali sono il megafono dei partiti»

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20/03/2013 Claudio Messora: «Siete delle spalamerde col manganello» (riferito ai giornalisti)

07/03/2013 Beppe Grillo: «Giornalisti pagati per sputtanarci»

05/03/2013 Claudio Messora: Giornalisti Ruzzle

27/02/2013 M5S Lazio: «giornalisti scrocconi» 

Meanwhile…
Il loro capo, Gianroberto Casaleggio, è un giornalista pubblicista.
Hanno scelto e voteranno una giornalista come Presidente della Repubblica.
Questa si che è coerenza.

La rivoluzione russa