Come tutti ben saprete, il mio curriculum accademico parla chiaro: io sono uno scienziato, di quelli seri, con i documenti che lo provano e, come tale, ho il dovere di difendere il sistema scientifico da qualsiasi attacco provenga dall’esterno.
Non è, come qualche analfabeta (in ambito scientifico) genovese potrebbe definitlo oggi, difendere una casta, è semplicemente il metodo che ha dimostrato di avere maggiori possibilità di arrivare a conclusioni valide e accettate da tutti, soprattutto da quelli che non erano d’accordo con noi al principio (e viceversa).
Cercare di smontare ogni piccolo dettaglio delle ricerche altrui, è ciò che rende la peer review a prova di bomba (o quasi).


Se tutti liberamente, aderendo a dei rigidi protocolli e controlli, possono analizzare il nostro lavoro e cercare di confutarlo, il nostro lavoro non può fare altro che beneficiarne.
Se si troveranno degli errori, siano essi di metodo o sostanziali, potremo correggerli e migliorarne la qualità, se si scoprirà che è “sbagliato”, potremo evitare al mondo intero la figuraccia di aver creduto a una balla, se, invece, non si troverà nulla di rilevante, saranno i nostri stessi “avversari” o “detrattori” (termini da prendere con le molle, si tratta solo di colleghi che verificano ciò che noi abbiamo prodotto, non è quasi mai una questione personale) a certificare la qualità delle nostre scoperte.
Se neanche chi è in disaccordo con noi o è in competizione con noi ha trovato qualche grave difetto, possiamo ragionevolmente concludere che è un lavoro ben fatto (che poi sia al 100% corretto, beh, quello è virtualmente impossibile ottenerlo, ma con buona approssimazione si può affermare “è valido” “non lo è”).

Cosa ha di sbagliato questo metodo?
Ve lo dico io: nulla!
È talmente rigoroso e produce risultati verificabili da tutti, che chiaramente non è popolare fra le “persone comuni” (dovrei chiamarvi ignoranti, ma vi offendereste, perché non conoscete la nostra lingua).
Nessun individuo facente parte de “il popolo” o “la gente” ama essere criticato, soprattutto se la critica è puntuale e circostanziata e mette in risalto l’assenza delle basi minime necessarie per poter anche solo capire l’argomento.
Figurarsi poterlo cirticare (e quindi migliorare).
Ed è proprio in questo momento che la questione si fa personale ed irrazionale e si finisce in un cul de sac, in cui qualsiasi argomento logico è inutile, “tu ce l’hai con me” o “sei spocchioso” sono le risposte che più probabilmente otterrete, insieme ad un arroccamento forte e inspiegabile nelle proprie posizioni.
“Come si è permesso?” sarà la giustificazione più comune per non dover ammettere che, forse, in determinati casi, la miglior soluzione è stare in silenzio ed ascoltare.Dote rara fra color i quali sono pieni di opinioni e pensano che il solo fatto di averne, dia qualche tipo di dignità ai loro pensieri.
Avere un’opinione non significa aver ragione, anzi, molto spesso è il contrario.
La scienza non è democratica, c’è chi ha ragione e chi ha torto, non importa quanto siano grandi i numeri in ballo, la versione corretta rimarrà corretta anche se tutto il mondo dice il contrario.

Se esistono delle convenzioni e delle regole, c’è un motivo

Ma vorrei proporvi di ragionarci un secondo: la revisione critica (e non la critica tout court) è esattamente il metodo grazie al quale da bambini avete imparato.
Io ricordo benissimo alle scuole elementari di aver disegnato qualcosa così

Ad essere onesti, io non ero così bravo!
Cosa c’entra la revisione critica in tutto questo?
Beh, semplicemente ognuno di voi (noi) doveva produrre lo stesso risultato, ognuno a modo suo, ognuno, infine, avrebbe visto il proprio lavoro esposto insieme a quello degli altri, fianco a fianco, e avrebbe potuto confrontarlo.
Una sorta di revisione tra pari, o peer review.
Si parte dalle stesse premesse, si segue la propria strada, le proprie intuizioni, alla fine il risultato viene confrontato con quello altrui e sia noi, sia gli altri partecipanti, sia le persone al di fuori (genitori, insegnanti, amici) avrebbero potuto fare lo stesso.
In base alla nostra perizia avremo ricevuto complimenti, lodi, oppure qualche suggerimento per migliorare (eravamo pur sempre bambini, si usa un po’ più di tatto rispetto agli adulti, che , si suppone, siano in grado di accettare una critica).
Se ad esempio io avessi disegnato il numero due con una riga nel mezzo, qualcuno avrebbe potuto (e dovuto) dirmi che, anche se bellissimo, non è il modo corretto di disegnare il numero 2.Non è né più brutto, né più bello, semplicemente non è il numero due.
A quel punto le strade per me sarebbero state solo due (come il numero):
accettare il fatto che il numero due si disegni in altro modo ed adeguarmi, oppure cercare di cambiare una convenzione millenaria e introdurre un nuovo modo di disegnare il numero due e farlo risultare come quello corretto.
Buona fortuna con la seconda!

Fortunatamente, molto più spesso, i bambini, che non sono ancora stati riempiti di pregiudizi e ignoranza dai propri educatori, si accorgeranno da soli dell’errore commesso e, grazie al confronto con gli amichetti, capiranno da soli che se 20 persone disegnano il due in un modo e tu sei l’unico che lo ha disegnato in modo diverso, probabilmente sei tu che hai commesso qualche imprecisione.

Se tutti (più o meno) riusciamo a comunicare gli uni con gli altri è perché abbiamo accettato queste convenzioni per un bene superiore.
Perché qualcuno più bravo di noi ha creato un metodo che funziona, anche se noi non ne capiamo nulla, né del come, né del perché, sappiamo che quel simbolo lì è il numero 2, lo scriviamo così, lo leggiamo così, non abbiamo dubbi sul suo significato.
Se qualcuno proponesse un modo diverso, spacciandolo per migliore, non vorremmo sapere perché? Non vorremmo mettere alla prova il suo metodo?
Non vorremmo farlo provare a qualcuno disinteressato ed indipendente, in modo da non falsare i risultati?
Prendiamo per esempio gli slang, sono effettivamente un nuovo modo di comunicare, che nel tempo possono assumere il ruolo di “lingua” ma è piuttosto improbabile che il nomignolo con cui chiamiamo un nostro familiare o la fidanzata/o, diventi di uso comune.
Per quello deve superare lo scoglio “io lo trovo utile e facile da capire, quindi anche tutti gli altri lo faranno”.Dispiace dirvelo, ma non accade quasi mai!

Ma ammettiamo che per qualche strano motivo quel modo lì sia proprio sbagliato.
Quello che state disegnando è in realtà un altro simbolo, non è neanche un numero, è qualcosa che significa tuttaltro.
Supponiamo che il “creatore” cominci a gridare al complotto e cominci ad accusare la casta di coloro i quali conoscono tutti i simboli, li hanno studiati per una vita e ne custodiscono i segreti più intimi.
Supponiamo infine che il “creatore” sia un laureato in medicina e che, quindi, di simboli possa, vantare nella migliore delle ipotesi, una conoscenza personale da autodidatta, non certificata da nessuno.

Volete la mia ipotesi?
Dubito che in quel caso avremmo mai un nuovo simbolo per il numero DUE.
Semplicemente la resistenza di convenzioni abitudini vincerebbero.
Inoltre, l’autore, non avendo alcuna credibilità al di fuori del suo specifico campo, non verrebbe mai preso sul serio come creatore di simboli per i numeri.

Questo in un mondo fantastico, fatto di unicorni che si nutrono di arcobaleni.
Nella realtà accade tutt altro, purtroppo!

Nell’Italia del 2013 maghi, santoni  e strilloni sono la nuova vox populi

Accade che, speculando sulla malattia di alcuni bambini, qualcuno produca una serie di servizi, di scarsissimo valore scientifico e cominci ad istillare il dubbio che abbiamo sempre disegnato male il numero due.
Facendo credere, cosa ancora più grave, che un metodo non testato e senza alcuno studio sulla sua pericolosità, sia in realtà la cura miracolosa che tutti stavano aspettando e che le case farmaceutiche non vogliono distribuire né i governi approvare, per mero scopo di lucro.

Le masse non hanno mai avuto sete di verità. Chi può fornire loro illusioni diviene facilmente il loro comandante; chi tenta di distruggere le loro illusioni è sempre la loro vittima.

Sarebbe inutile sottolineare come, se davvero questo sistema funzionasse, le case farmaceutiche sarebbero le prime interessate, i governi in prima linea per sostenerlo (quanto vale nella carriera di un ministro – per entrare nei libri di storia – aver approvato il medicinale che salva i bambini altrimenti spacciati?) ma, soprattutto, chi lo propone dovrebbe essere più che interessato a farlo studiare al maggior numero di scienziati possibile, in modo da scoprirne eventuali difetti e in modo da farlo conoscere alla platea designata, che non sono le mamme disperate, ma altri ricercatori.
Qualcuno ha detto “premio Nobel”?
Beh una scoperta del genere sicuramente riceverebbe una candidatura, allora perché nascondersi?
Vogliamo proprio credere al fatto che un laureato in lettere sia anche un filantropo e un brillante scienziato che investe il proprio denaro solo e soltanto per la cura dei malati?

No, Walter Stucco non ci crede affatto, ma non importa quante buone argomentazioni vengano portate contro queste semplificazioni.Non importa il valore delle persone o delle istituzioni scientifiche che criticano la loro applicazione.Non importa la denuncia dei numerosi rischi connessi su molte testate a carattere scientifico che hanno come target il grande pubblico (quindi non i soliti tromboni imbolsiti che vivono nei laboratori cospirando contro la salute nostra e dei nostri figli solo per far più soldi – infatti è pieno di ricercatori miliardari con lo yacht).
Non importa infine, che tantissimi esperti sia siano espressi contro, addirittura, l’impostazione della norma, che in sostanza certifica che vox populi  è vox dei e legge dello stato.

La dignità di uno studio scientifico si misura dal numero di scorciatoie che rifiuta di intraprendere per ottenere notorietà.

Nulla di questo importa, perché la disperazione di una madre, ci dicono, è più forte di tutto, soprattutto della ragione.
Ma uno stato civile, può cedere a questo infame ricatto?
Perché di questo si tratta, Vannoni sta mettendo in atto il più vile dei ricatti, “se non mi fate ottenere quello che voglio, i vostri figli moriranno male”.
Ora basterebbe ricordare che quei bambini morirebbero comunque, anzi, moriranno comunque, ma saremmo chiamati cinici.
Nessuno ha mai amato le Cassandre.

Vannoni osa chiamarla, non senza vero cinismo, cura compassionevole, ma cosa c’è di compassionevole nel somministrare un frullato di non si sa cosa, proveniente da non si sa dove, contenente sostanze nocive e in gran parte non identificate, prodotta in laboratori che non rispettano gli standard di sicurezza e igiene necessari per produrre quel tipo di cure?

Ma in fondo il benchmark più importante è questo: se una cura funziona, che bisogno c’è di scegliere dei pazienti così giovani, fomentare i genitori e finire in tribunale?
Se Vannoni fosse veramente convinto di aver ragione, seguirebbe il normale iter che seguono tutti, pubblicherebbe le sue scoperte, farebbe lunghi e costosi test per assicurarne, per lo meno, la non pericolosità per gli ignari (e ignoranti) pazienti, attenderebbe i risultati delle review, fornirebbe i dati pubblicamente (ammesso che ne esistano).
Invece no, è andato direttamente in aula, adducendo scuse puerili e costringendo il ministro a cedere a furor di popolo.
Questa non è scienza, è superstizione, non è diverso dalla stregoneria o dalla medicina che pretendeva di curare le malattie col salasso o, non effendetevi mamme, pregare gli dei, magari sacrificando qualche animale in loro onore (in questo caso è stato sacrificato il buon senso).

Come hanno affermato i firmatari della lettera al ministro Balduzzi (PDF):

“Il diritto del singolo a curarsi con l’olio di serpente, se così reputa opportuno, non implica la preparazione dell’olio di serpente nella farmacia di un ospedale, né la sua autorizzazione da parte del Governo”.

Come se ne esce? Come affrontare l’ira delle mamme, dei papà, di quelli pagati da Vannoni per far finta di indignarsi, delle Iene che non si fanno mai i cazzi loro e speculano sulla pelle dei malati?

Una umile proposta

Semplice, propongo un cambiamento nel protocollo per l’accettazione delle cure:
“ogni qualvolta una cura non ammessa venga imposta a furor di popolo, se non ha gli effetti sperati (ovvero la totale e completa guarigione del malato, altrimenti che l’abbiamo fatta a fare l’eccezione? se volevamo delle probabilità al posto dei miracoli, avremmo continuato con i trattamenti già noti, che non garantiscono nulla, in caso di malattie incurabili), coloro i quali siano responsabili di aver permesso tramite atti, parole o azioni, l’adozione della nuova cura, saranno anche responsabili del prezzo della somministrazione di suddetta cura”.

Insomma se i bambini muoiono, i genitori e Le Iene dovranno rimborsare quanto anticipato dallo stato (ovvero dai cittadini italiani).
Mi sembra una norma di buon senso, per mettere un limite a questo nuovo clima da ciaccia alle streghe nel nostro paese, che ci sta relegando ai posti più bassi nella graduatoria della civiltà.
Specie se la conseguenza è una campagna denigratoria e diffamatoria contro ben noti istituti di ricerca che investono per la cura delle malattie oggi incurabili.
Insomma, quello che hanno creato Vannoni, Golia (Le Iene) e Balduzzi, è che per dare una falsa speranza a delle persone destinate a morire, perché la scienza non ha ancora una risposta, si toglie la speranza reale a quelle persone che, grazie a chi ha investito in scienza “buona”, possono finalmente credere in un futuro migliore.
I morti viventi che se la prendono e attaccano altri morti viventi.
Neanche nel peggiore film di zombie avevamo mai visto una cosa del genere.

Conclusioni o TL;DR

Da lambrosiano convinto vi pongo il seguente quesito:
fareste curare vostro figlio affetto da una malattia incurabile, con una cura non sperimentata, da un uomo che non ha una laurea in materie scientifiche, che tutto il mondo critica (compreso il premio Nobel per la medicina 2012) e che ha una faccia così?
Ovvero, Lillo di Lillo e Greg

Vannoni o Lillo?
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